Intervista ad Aldo Bonomi 2012

 

Green Economy, Beni Comuni, Valore dei legami sociali

 

Due anni fa, il sociologo Aldo Bonomi analizzava le contraddizione che attraversano la società italiana in termini di comunità: comunità del rancore, comunità operosa, comunità di cura, spostando l’accento dalla dimensione individuale a quella collettiva. Poi la crisi si è fatta più insidiosa, arrivando a intaccare i fondamentali dell’economia e a porre con forza la questione, dopo anni di dominio culturale dell’individualismo proprietario, di un ritorno al noi del mondo dei vinti come possibile via di uscita. Dove il noi è legame, è valore, è bene comune. Dove il noi è economia verde e sostenibile. Dove il noi è un nuovo, possibile sistema di vita. 

 

Redazione Diritti Globali: Le crisi, da sempre, contengono allo stesso tempo dramma e opportunità, disperazione e speranza, passato e futuro. Attorno a che cosa occorre lavorare in questa crisi?

Aldo Bonomi: Credo che occorra lavorare su tre punti. Il primo in realtà è una premessa in termini di umanità: dobbiamo riflettere insieme, tenerci per mano, continuare a cercare di capire. Il secondo è che occorre agire sul pendolo del pessimismo: non c’è dubbio che ci sia una visione pessimistica dell’attraversamento della crisi, non solo nelle sue dinamiche economiche, finanziarie e sociali, ma anche e soprattutto perché a sinistra si trova disorientamento anche attorno a un termine familiare come conflitto. Non bisogna dimenticarsi che Walter Benjamin ci ha insegnato che, nelle fasi cupe della storia, occorre anche essere in grado di porsi il tema dell’organizzazione del pessimismo e io credo che il tema oggi sia proprio come si organizza il pessimismo. Il terzo punto riguarda la posizione dell’Italia nel mondo, la connotazione territoriale del sistema Paese  e che cosa abbiamo intorno a noi.

 

RDG: Già, che cosa si muove attorno a noi?

AB: Sulla sponda Sud del nostro Paese abbiamo un asse turbolento, problematico e interrogante che va dalla Tunisia al Marocco, alla Siria, di cui non siamo ancora in grado di comprendere bene gli elementi di evoluzione e di problematicità. Poi c’è da alzare lo sguardo sul lato occidentale del Mediterraneo europeo, in particolare sulla Spagna dei giovani Indignati, che sono il frutto antropologico dell’effimero della movida, della convinzione che attraverso il turismo e l’economia dello spettacolo il Paese sarebbe entrato prepotentemente nella modernità. Quegli Indignati sono antropologicamente diversi da altri distribuiti in giro per il continente. A Nord infatti abbiamo il Regno Unito liberista e la rivolta dei ghetti, con una generazione che, abituata alla monodimensione del consumo e non più alimentata da risorse sufficienti, scopre il luddismo dei ghetti. Poi si incontrano le banlieues parigine che il presidente Nicolas Sarkozy ha chiamato “i luoghi delle canaglie”, con tutto ciò che questo significa. Se guardiamo a Est - cito al riguardo  una recente ricerca sui giovani nati dopo l’89 - i ragazzi sostengono che ciò che gli avevano raccontato del comunismo è falso e che purtroppo ciò che gli avevano raccontato del capitalismo era vero. A Est ci sono in particolare due polarità su cui interrogarsi: la Grecia da una parte e l’Ungheria dall’altra. La domanda relativa alla Grecia è come si può chiedere a un Paese, se non attraverso uno stato di eccezione, centocinquantamila licenziamenti, la riduzione del salario minimo sotto i cinquecento euro, il taglio delle pensioni e, cosa che molto spesso non si dice, la privatizzazione di porti, aeroporti, autostrade e di tutte le reti.  L’Ungheria invece non porta a una domanda, ma alla constatazione della scelta populista e autoritaria dentro la crisi.

 

RDG: E noi dove siamo?

AB: Siamo in mezzo all’Europa delle dinamiche sociali, non si può guardare solo a Bruxelles. Noi siamo in mezzo, con  dei numeri anche molto chiari. La Germania ha l’8% di disoccupazione giovanile, noi il 30%, la Tunisia lo supera. I numeri non sono comparabili, perché ovviamente i tassi demografici sono diversi, ma sono emblematici. Dico solo che la questione sociale giovanile è drammatica nel nostro Paese, se ai disoccupati sommiamo tre milioni di precari, oltre due milioni di Not in Education, Employment, or Training (NEET), che né studiano, né lavorano, e due milioni di giovani che se ne sono andati, cercando lavoro via dal nostro Paese. Quindi, ci siamo persi almeno sette milioni di soggetti in dieci anni, una cosa che una società delle nostre dimensioni non si può permettere. La politica, come prima cosa, deve lavorare alla chiusura di uno iato antropologico, di una  profonda falda generazionale.

La nostra società ha smarrito complessivamente la propria ombra, non riesce più a proiettare l’ombra rispetto a quelli che vengono dopo. Siamo del tutto dentro un’apocalisse culturale e questa è una grande questione. Nell’attraversamento della crisi, sul piano sociale e antropologico, non ci si tiene più per mano. Il problema è che si è rotto il meccanismo di accompagnamento e quindi è prioritario colmare questo iato.

 

RDG: Con quali idee si può attraversare la crisi?

AB: Secondo Giorgio Agamben, che non a caso è un filosofo, in questo momento bisogna riflettere sul fatto che la democrazia è fede di futuro. Molto più banalmente, io penso che il primo passaggio sia cominciare a capire quali idee abbiamo per attraversare questa crisi, perché non è vero che non esistono più le ideologie: l’ideologia della crisi, per esempio, è molto potente. La questione di fondo è a che tipo di crisi siamo di fronte: se si tratta cioè di una crisi di attraversamento o di metamorfosi, di adattamento o di conflitto, se porta a una transizione hard o a una transizione soft. Dobbiamo partire dalle idee che ci sono in circolazione e con cui dobbiamo confrontarci. Non si può guardare solo alle idee dominanti, ma è necessario cogliere le idee extrasistemiche e radicali, che hanno lo stesso diritto di cittadinanza e stimolano maggiormente la riflessione.

 

RDG: Sicuramente, non è un momento in cui mancano le proposte radicali...

AB: La prima idea, in campo da tempo, è quella della decrescita come scelta strategica. In particolare, Serge Latouche sostiene che il capitalismo è morto: non è avanzato, ma è avariato. L’unica soluzione, secondo questa teoria, è l’uscita radicale dal modello di sviluppo capitalistico attraverso la decrescita serena. Il termine decrescita serena appare però come un ossimoro, perché vorrebbe dire, sic et simpliciter, la distruzione degli ipermercati, lo sfratto dei capannoni, la deportazione delle officine dalla città infinita, il ritorno alla campagna. Una soluzione che, nelle condizioni attuali, si potrebbe imporre solo con i carri armati o con metodi coattivi che ricordano le campagne di Pol Pot in Cambogia, che non sono proprio esempi di serenità, ma di sogni trasformati in incubi. La seconda idea dice in maniera schematica: «Perché dobbiamo morire per il debito che non abbiamo fatto noi? Questo debito pubblico a vantaggio di chi è andato? Chi ne ha usufruito? Ne hanno beneficiato quelli venuti prima, non noi. Facciamo quindi come in Argentina. Lì si sono autoorganizzati, dunque muoviamoci anche noi in questa direzione». Sostengono però gli economisti avveduti  che il default sarebbe pagato da quelli che stanno sotto, quindi da una parte di quelli che lo teorizzano, non da quelli che stanno sopra. Se si dovesse arrivare al default, peggiorerebbe la situazione di vita degli ultimi e non dei primi della classe, con tutto quello che ciò significa. La terza idea è quella che trovo più intrigante, e che secondo me è l’idea chiave nel mondo della radicalità. Si tratta del concetto che noi siamo il 99% della popolazione del mondo, quando dall’altra parte sta l’1%  che ha nelle proprie mani tutto il potere. Non è solo uno slogan sui cartelli di Occupy Wall Street, ma è un dato politico e sociale che introduce la categoria politica della moltitudine.

 

RDG: Che cosa significa questo dato politico portato  in Italia?

AB: In primo luogo, il 10% della popolazione italiana detiene quasi il 50% della ricchezza. Gli ultimi vent’anni sono stati caratterizzati dalla spoliazione della risorsa lavoro e dall’aumento della risorsa capitale: il valore del lavoro è cresciuto del 6%, a fronte del 44% delle rendite. Questo passaggio ha distrutto gli operai, i piccolo borghesi, per usare categorie del Novecento, sta distruggendo i ceti medi. Che fine ha fatto la borghesia?

 

RDG: Serve allora una redistribuzione del reddito...

AB: È ovvio che questa fenomenologia rimanda al tema della patrimoniale. E, lo dico subito, dentro la metafora del 99%, la patrimoniale che serve in Italia è una botta  da quattrocento miliardi di euro, mirata a quel 44% di rendite, non una  patrimoniale omeopatica e orizzontale che colpisce la moltitudine. Quando è stata posta questa questione, il nuovo presidente del Consiglio Mario Monti ha detto: «Non si può fare». Si tratta, infatti, di una questione politica: se siamo di fronte alla composizione sociale del frammento, non abbiamo più la nottola di Minerva delle classi. Siamo di fronte a una crisi profonda della rappresentanza, lo stesso rapporto tra sindacato e politica è molto complesso. Voi pensate che l’attraversamento della crisi manterrà questo ceto politico? La risposta che vedo io è no.

 

RDG: Questo vuol dire che irromperà in scena il protagonismo della moltitudine?

AB: No, non credo questo, anche se Toni Negri e Michael Hardt sostengono che la moltitudine è il nuovo soggetto della rivoluzione ai tempi dell’impero. A mio giudizio, la moltitudine non è di per sé un soggetto rivoluzionario, ma una realtà che va scomposta e ricomposta come categoria del moderno. I sensori che trovo e utilizzo per valorizzare i motivi di un cambiamento radicale sono molto concreti, non riferimenti astratti: per esempio, il fondo di solidarietà istituito a Milano dal cardinale Dionigi Tettamanzi e il lavoro del volontariato. Sono loro che capiscono che cosa realmente avviene nel 99% della popolazione.

 

RDG: Oltre alle cosiddette idee critiche, ci sono però in campo le ideologie dominanti...

AB: Certo, e in Italia sono attualmente interpretate dagli ottimati, dal governo di salute pubblica. Premessa: non appartengo al 60% che plaude a Mario Monti, non mi piace. So bene che ci sono mille retoriche che giustificano la transizione tecnocratica, ma non credo che la morfina tecnocratica sia la soluzione. Soprattutto in un Paese come l’Italia, aduso per tradizione storica, come diceva Giacomo Leopardi, a una società stretta che non ha mai dialogato con la società larga o, come sosteneva Giulio Bollati, a un primo popolo che ha sempre pensato di dover interpretare il secondo popolo. Il nuovo presidente del Consiglio, per esempio, è convinto che il secondo popolo vada cambiato alla radice.

Penso invece che la buona politica sia quella che si mette in mezzo e che non suddivide la società in un primo popolo che decide e in un secondo popolo che richiede solo di essere interpretato. Il problema oggi è proprio il conflitto tra il professionismo e la tecnicalità da una parte e la politica dall’altra. Pochi sono i pentiti della morfina tecnocratica: tra loro, vi sono alcuni banchieri che ritengono di aver sbagliato mirando per molti anni soltanto ai profitti a breve senza reinvestimento a lungo e agendo solo sulle dimensioni di aggregazione verticale. Persino a Davos, il che è tutto dire, hanno cominciato a riflettere su quell’adagio contadino che dice: «Ma come? L’asino aveva imparato a non mangiare ma, quando ci è riuscito, è morto». I profitti a breve senza una visione a lungo termine producono la morte del mercato, la sua implosione. Questa è la riflessione vera, ma non mi pare che nella morfina tecnocratica vi sia un ravvedimento operoso rispetto a questa prassi.

 

RDG: Le alternative radicali appaiono gracili, quelle istituzionali patogene. Come si esce da questa crisi?

AB:  Prima di tutto, per usare una metafora, bisogna fermare Proteo che è diventato Chronos.  La Grecia è il figlio divorato da Proteo. Quindi per prima cosa è necessario, fuor di metafora, far atterrare i flussi finanziari dalla dimensione eterea e riportare sul terreno dell’economia reale le banche; ma occorre anche riflettere su come riafferrare Proteo. Chi lo può fare? La politica, mettendo in discussione alcuni paradigmi ossidati. Nel fordismo il mercato era  un bene comune, nel senso che era interesse del capitalista produrre le macchine, ma per far comprare le macchine doveva dare il salario agli operai e gli operai non dovevano morire come l’asino. Per avere un po’ di benessere, occorre uno stato sociale. Nel mercato c’era chi guadagnava di più e chi di meno, ma il conflitto serviva a ridurre le diseguaglianze. Negli ultimi vent’anni ci hanno detto invece che il mercato non è più un bene comune, nel senso della nuda vita e della vita nuda. Oggi siamo arrivati al punto di dover difendere i beni comuni essenziali, un problema sostanziale perché appartengono alla profonda naturalità dell’essere.

 

RDG: Dai beni comuni alla green economy. Ma la green economy non è ambivalente?

AB: Indubbiamente la green economy può essere anche la nuova via di Proteo che diventa Chronos, con la finanziarizzazione di materie prime essenziali come il grano, il riso, la terra stessa. Questa crisi nasce, prima ancora che dalla finanza e dall’euro, dal costo del pane, dalle materie prime trasformate in commodities del mondo. La via di uscita attraverso la green economy non è scontata, ecco perché diventa importante la difesa del bene comune, ecco perché diventano importanti Kyoto, Rio de Janeiro, Greenpeace, per fare degli esempi, come importanti tracce di una via di uscita possibile.

 

RDG: Qual è allora un nuovo possibile modello economico?

AB: La green economy deve essere una narrazione che non parla solo di economy, ma che deve produrre un’idea di green society  fatta di nuovi valori e di nuovi stili di vita. Penso a un modello di sviluppo compatibile, in cui i rapporti di forza permettano di impostare un capitalismo dolce.  Un capitalismo in grado di incorporare al suo interno il concetto di limite, che non è solo una proposta ecologica, ma che significa fondamentalmente reinvestire il denaro in termini produttivi e non autoreferenziali. La mia, in fondo, è una proposta di un riformismo indecente. Siamo il secondo Paese manifatturiero europeo e dobbiamo riconvertire nei prossimi anni la produzione di tremila medie imprese e di sei milioni di capitalisti molecolari, ma per fare questo dobbiamo far alleare manifattura e sviluppo compatibile con tutto quel sapere terziario che milioni di giovani hanno accumulato in questi anni, che deve essere reimmesso in un circuito virtuoso di futuro. Entrare dentro la crisi è importante. A mio parere, bisogna attivare  processi di cambiamento dal basso, tenendosi per mano, ricostruendo il tessuto sociale. Far politica dentro la crisi significa in primo luogo dire al tuo prossimo che non è solo, iniziando a ricostruire il valore di legame e dello spazio pubblico. Dobbiamo ripartire dalla metafora di Nuto Revelli,  dal mondo dei vinti, ma dal mondo dei vinti oggi, che sono quelli che abbiamo descritto, per ricominciare a ritessere valore, sperando di riuscire a fermare Proteo e, forse, a riafferrarlo.

 

 

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